Cosa fare in caso di perdita dell’impianto dentale

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Gli impianti dentali sono la migliore soluzione per tutte quelle patologie che hanno come ripercussione la perdita di uno o più denti. Attualmente la ricerca a riguardo è molto avanzata e garantisce risultati ottimali anche per molti anni a venire. Sono in tanti, oggi, a sottoporsi ad un intervento di implantologia dentale e la percentuale di successo supera l’80%. Ma altrettante sono le ipotesi in cui il paziente perde l’impianto e le cause possono essere diverse fra loro: infezioni, impianto non idoneo alla conformazione ossea del paziente, scarsa qualità dei materiali, sovraccarico a seguito dell’operazione.

Che cos’è un impianto dentale?

L’impianto dentale è un dispositivo fissato all’osso della mascella o della mandibola necessario per consentire la tenuta di protesi dentarie o singoli denti. Viene applicato a seguito della perdita di uno o più denti e suggerito dal dentista solo dopo aver eseguito una corretta diagnosi sul paziente.
L’impianto dentale funziona in maniera semplice, sfruttando un processo biologico conosciuto come ”osteointegrazione”. In altre parole una vite viene introdotta all’interno dell’osso della mascella o della mandibola (oppure su entrambi) ed essa si connette direttamente ai tessuti circostanti. Il processo di osteointegrazione è molto lento e richiede da un minimo di tre ad un massimo di sei mesi o poco più: per tale ragione gli interventi di impianto dentale sono molto lunghi e, alle volte, complessi.

L’integrazione naturale della vite all’osso consente al paziente di avere maggiore aderenza nell’utilizzo della protesi che sarà fissata proprio alle estremità della vite. I mesi di attesa saranno connotati da una particolare attenzione soprattutto nella masticazione: sarà fondamentale evitare traumi e stress, oppure sovraccarichi in maniera tale da garantire un fissaggio il più possibile perfetto.
Il materiale utilizzato è il titanio, in quanto biocompatibile e adatto all’osso. È stato dimostrato, nel corso degli anni, che il titanio previene rigetti da parte del corpo, perché riesce ad interagire perfettamente con il sistema immunitario. Ragion per cui la perdita dell’impianto non è da reputarsi ad una situazione fisiologica, quanto piuttosto a circostanze differenti che favoriscono la perdita di tenuta della vite assieme all’osso.

Come viene inserito un impianto dentale?

L’impianto dentale è un’operazione abbastanza delicata, preceduta da numerose analisi e da diverse radiografie eseguite in clinica dal dentista. La valutazione del medico serve a verificare la qualità e la quantità di osso su cui si procederà con l’applicazione della vite, perché non sempre il paziente versa nelle condizioni in cui il tessuto osseo riesce ad osteointegrarsi con l’impianto. Alcune patologie rendono l’osso sottilissimo, o comunque non idoneo all’impianto in quanto perderebbero di aderenza nel giro di pochi anni. Un esempio potrebbe essere la rimozione di un granuloma che ha eroso l’osso circostante: l’osso sottile non potrebbe fungere da incastro alla vite di titanio. Per non vanificare il lavoro esistono alcune alternative a riguardo, come il caso di innesto di osso sintetico. I tempi di intervento saranno lunghi, ma consentiranno di ottenere risultati gratificanti.

Gli interventi per gli impianti dentali sono a tutti gli effetti delle operazioni chirurgiche, eseguite in anestesia locale o mediante sedazione. Anche in questa circostanza il dentista procederà all’una o all’altra considerando lo stato di salute del paziente e, non da ultimo, la complessità dell’intervento. I protocolli chirurgici adoperati sono diversi fra loro, e variano a seconda dei materiali, delle protesi, del numero di viti da inserire e dalle esigenze richieste dal paziente, ma in tutti i casi la fase principale rimane l’osteointegrazione. Eseguita correttamente ques’ultima, sarà possibile procedere con la protesi definitiva.

L’osteointegrazione avviene in due sedute. Nella prima viene incisa la gengiva, forato l’osso ed inserita la vite che andrà ad integrarsi nel giro di tre – sei mesi. Nella seconda seduta, il dentista inciderà nuovamente la gengiva per l’inserimento di un moncone che servirà da clip alla protesi dentale. La buona riuscita dell’intervento dipende da alcuni fattori, fra cui:

  • qualità e quantità dell’osso del paziente,
  • qualità dei materiali di cui è formata la vite,
  • assenza di sollecitazioni esterne che potrebbero inclinare la posizione della vite,
  • temperatura del trapano durante la foratura dell’osso. Una temperatura eccessiva raggiunta con l’attrito potrebbe ”uccidere” il tessuto osseo circostante.

L’impianto dentale serve principalmente per restituire funzionalità masticatorie al paziente, ma non mancano casi in cui si procede più che altro per una questione estetica. L’implantologia viene eseguita per fissare protesi, singoli denti o addirittura per l’appoggio dei ponti, ed in ogni caso il numero di viti all’interno della bocca potrebbe variare.
Di solito si procede ad un impianto dentale per un singolo dente qualora questo sia stato perso a causa di un’infezione, ma per ripristinare la funzionalità è necessario attendere la completa guarigione del paziente.

Cosa potrebbe succedere agli impianti dentali?

Un impianto dentale eseguito a regola d’arte non dovrebbe causare alcun tipo di problema, posto che il rigetto non è una conseguenza legata all’utilizzo del titanio. Può però capitare che, a lungo andare, gli impianti diventino instabili ed il paziente potrebbe perderli in parte o del tutto. Sono molti i casi in cui alcune persone hanno visto cadere le viti di una protesi nell’arco di pochi anni o per incuria o a seguito di un’infezione o, addirittura, a causa di un intervento non eseguito con le dovute precauzioni.
Le ipotesi che potrebbero accadere sono le seguenti e non tutte riguardano necessariamente il distacco dell’impianto dall’osso:

  • perimplantite e conseguente riduzione dell’osso su cui sono fissate le viti in titanio,
  • perdita di tessuto gengivale e formazione di antiestetici triangoli neri,
  • rottura delle viti,
  • recessione della gengiva.

Si tratta di situazioni che il paziente deve prendere in considerazione, sia perché molto spesso sono dovute alla sua negligenza, sia perché ha subito un intervento chirurgico che a lungo andare potrebbe causare alcuni problemi. Certo è che, prima di qualsiasi operazione, è importante per il paziente ottenere quante più informazioni possibili circa i tempi di guarigione e di riabilitazione, nonché eseguire una corretta manutenzione degli impianti, conoscendo fin nei dettagli anche le regole di pulizia per prevenire qualsiasi infezione.

Dall’altra parte al dentista viene richiesta una perizia maggiore e l’esecuzione di analisi peculiari prima di consigliare l’operazione. L’assenza di tessuto osseo non scoraggia dall’utilizzo delle viti e delle protesi stabili, ma potrebbe reputarsi obbligatorio procedere con innesti diversi.

Per prevenire la perdita dell’impianto, il paziente deve adottare abitudini d’igiene sulla base dei consigli forniti dal dentista, utilizzando prodotti specifici e paste dentifricie utili a neutralizzare i batteri all’interno del cavo orale. Inoltre dovrà presentarsi alle sedute di controllo optando anche per una pulizia professionale almeno una volta l’anno, che sarà eseguita con strumentazioni specifiche adoperate dal medico.

Perdita dell’impianto dentale: perché succede?

Non sono rari i casi in cui, a seguito di un’operazione per l’applicazione di un impianto dentale, il paziente si ripresenti dopo qualche tempo con la necessità di provvedere ad una vite ceduta. In ambito clinico molto spesso si parla di infezioni che erodono il tessuto osseo che circonda la vite fino a farle perdere aderenza. Nota come perimplantite, questa patologia pare abbia origine da un’infezione batterica che si forma attorno all’impianto dentale, anche se gli studi a riguardo non consentono di fornire esattamente l’origine della malattia.

Certo è che a facilitare l’insorgere dell’infezione potrebbe essere la tipologia di impianto adoperato sul paziente in connessione all’insuccesso dell’operazione, che potrebbe derivare dalla negligenza del chirurgo. In effetti, qualora non si considerino fattori come morfologia ossea della mascella e della mandibola, e ad essi si associasse un’intervento implantare invasivo, vi è un’alta percentuale di probabilità che dall’operazione ne seguirà la perdita delle viti. Anche nel giro di pochissimi anni.

La perimplantite ha gli stessi effetti della piorrea e si comporta nel medesimo modo ma nei confronti dei tessuti gengivali ed ossei. L’osso che circonda la vite, entrambi connessi l’un l’altro per via dell’osteointegrazione, in realtà viene meno, si erode fino a lasciare l’impianto privo di un sostegno adeguato. La conseguenza inevitabile sarà proprio la perdita delle viti e la necessità di rioperare nell’immediato il paziente, magari con innesti di osso sintetico per provvedere alle carenze causate dalla perimplantite.

Da sfatare è il mito secondo cui la perimplantite sia da associarsi ad un rigetto degli impianti dentali a causa della mancata osteointegrazione. In altri termini molti credono che la perdita degli impianti dentali sia dovuta ad una reazione immunitaria sui materiali adoperati in sede di operazione. Tale concetto è da superare, in quanto numerose ricerche hanno dimostrato la biocompatibilità del titanio (e anche di alcuni materiali preziosi) con il tessuto osseo del corpo umano, quindi l’impossibilità di una qualsiasi reazione allergica con i composti di tal genere. Inoltre le componenti in titanio (prima dell’inserimento) sono sigillate e preventivamente disinfettate: il chirurgo opera in ambienti sterilizzati e segue protocolli stabiliti dalla legge per tutelare il paziente da qualsiasi infezione.

Inoltre l’odontoiatra, a seguito di qualsiasi intervento chirurgico, che sia esso mininvasivo o invasivo, prescriverà antibiotici e prodotti disinfettanti per i gargarismi, da adoperare nelle settimane che susseguono l’intervento chirurgico, al fine di scongiurare la proliferazione dei batteri che potrebbero intaccare le ferite.

A tali presidi, il dentista assocerà anche una serie di precauzioni che il paziente deve adottare nei mesi a venire: lo scopo sarà quello di ridurre a minimo il sovraccarico degli impianti. In altri termini seguiranno settimane in cui il paziente non potrà utilizzare alcun tipo di protesi dovendosi alimentare con cibi in formato liquido.

Ed allora, perché sorge la perimplantite?

La perimplantite è si un’infezione batterica, ma non dovuta necessariamente alle conseguenze post-operatorie. Le cause possono essere differenti e molto spesso si è notato una stretta connessione fra modus operandi del chirurgo e infiammazione dei tessuti. Tutto ciò favorirebbe l’insorgere di un’infezione, e quindi di un’infiammazione che, a lungo andare, eroderà notevolmente il tessuto osseo.

Poiché non si è certi sull’origine della perimplantite, sicuramente l’infezione si sviluppa in varie fasi, che partono proprio dall’infiammazione gengivale. Essa, con il protrarsi del tempo, si propagherà al di sotto del tessuto osseo che tenderà a riassorbirsi in maniera irreversibile: il processo è lento, molto spesso privo di sintomi, a meno che non ci si accorge di un arrossamento a livello gengivale in prossimità dell’impianto dentale.

Non avvertendo dolori, gonfiori e fastidi di alcun genere, il paziente non distingue nell’immediato la perimplantite da un semplice arrossamento del tessuto gengivale. I dolori potrebbero manifestarsi solo in un secondo momento, ovverosia quando l’infezione avrà intaccato anche l’osso. Si potrebbero avvertire difficoltà durante la masticazione e sanguinamento gengivale, ma in questo caso l’infezione è avanzata e potrebbe darsi che sarà necessaria la rimozione dell’impianto.

Per tale ragione, fin da quando la gengiva appare più rossa, è buona norma consultare un dentista che accerterà con diagnosi l’infiammazione dei tessuti. In tal caso il medico potrebbe prescrivere cure antibiotiche e risciacqui con prodotti specifici che serviranno a contrastare la proliferazione dei batteri.

Essendo quindi legata alla presenza dei batteri, con molta probabilità la perimplantite sorge a seguito di una scarsa o inadeguata igiene orale, oppure alla tipologia di flora batterica presente nel cavo orale. Per questo motivo si consiglia di eseguire manovre di pulizia specifiche adoperando le strumentazioni suggerite dal dentista. Come detto poc’anzi, anche la tipologia di intervento può avere una certa influenza sull’origine dell’infezione, e non è detto che l’igiene orale sia l’unico fattore a causare la perimplantite.

Quali possono essere le altre cause della perimplantite?

Ulteriori fattori all’origine dell’infezione potrebbero essere l’insuccesso dell’intervento, causato da un’operazione eseguita con superficialità o realizzata con protocolli non idonei allo stato di salute del paziente: in questa circostanza è possibile che l’infezione si manifesti qualche tempo dopo l’intervento chirurgico, ovverosia nel periodo che viene impiegato per l’osteointegrazione.

Per stato di salute del paziente si intende soprattutto la qualità e la quantità di osso disponibile per l’inserimento delle viti in titanio. Cioè in presenza di un tessuto sottile inadatto all’adesione dell’impianto la conseguenza più probabile sarà quella dell’instabilità di ciascuna vite. In effetti il chirurgo dovrebbe provvedere dapprima con l’inserimento di osso sintetico e solo in un secondo momento potrà procedere con la fissazione delle viti.

Anche la qualità scadente dei materiali può generare l’infezione. Il titanio, pur essendo biocompatibile, deve essere adeguatamente trattato al fine di poter entrare in contatto con i tessuti osseo e gengivale. Spesso, per finalità puramente economiche e per garantire il medesimo intervento ai soggetti che non dispongono liquidità necessarie, si potrebbe far leva sul fattore del risparmio. Ergo su viti di titanio altamente economiche. Gli impianti costosi non sono indice di uno sfruttamento del mercato di riferimento, ma del rispetto di normative ad hoc che assicurano al 100% la salute del paziente.

La perdita degli impianti può essere causata anche dall’assenza di precauzioni poste in essere dal paziente a seguito dell’operazione chirurgica. I mesi di osteointegrazione variano da un minimo di tre fino anche ad otto – dieci mesi, il che dipende tutto dal numero di viti inserite e dalla capacità del paziente di rispondere adeguatamente all’intervento.

Utilizzare la protesi provvisoria nei primi mesi di osteointegrazione significa avere un’elevata percentuale di possibilità di insuccesso dell’intervento. A ciò potrebbero aggiungersi anche fattori come il bruxismo (digrignazione dei denti durante il giorno e la notte), dovuto al fastidio che si avverte a seguito dell’operazione. Con maggiore consapevolezza e qualche accortezza maggiore la perimplantite potrebbe essere scongiurata fin dall’inizio, con la garanzia di avere denti nuovi e perfetti.

Altri fattori sono riconducibili ad una questione estetica. La protesi finale potrebbe essere inadatta alla morfologia della bocca del paziente, e quindi creare problemi nel corso del tempo. Difficoltà nella chiusura della mascella, nella masticazione, difficoltà nei punti di contatto tra dente e dente accelerano l’obsolescenza dell’impianto riducendone notevolmente il tempo. Tali ipotesi assumono il nome di fattori biomeccanici che possono incidere negativamente anche sulla perfetta riuscita dell’operazione chirurgica.

È possibile prevenire la perimplantite?

In alcuni casi si, in altri no. La perimplantite può essere prevenuta se si eseguono manovre di pulizia adeguate secondo i consigli del dentista. A seguito dell’operazione potrebbe reputarsi necessario utilizzare prodotti a base di clorexidina utili ad azzerare la carica batterica presente nel cavo orale.

Inoltre è necessario evitare sovraccarichi all’impianto, quindi procedere con la masticazione di cibi leggeri, soffici e, magari, in forma liquida.

Il dentista, a seguito dell’intervento, programmerà una serie di sedute di controllo propedeutiche alla definizione della protesi, e fondamentali per verificare lo stato di salute di gengive e tessuto osseo. In tali circostanze, il medico potrebbe sottoporre il paziente a sedute di pulizia professionale che miglioreranno l’igiene eseguita a casa dal paziente.

I casi in cui non è possibile prevenire la perimplantite riguardano necessariamente le modalità con cui si è proceduto all’operazione chirurgica. Si tratta di fattori non inerenti al comportamento del paziente (e quindi all’igiene orale), quanto connessi ad un qualcosa che, nel lungo periodo, causa problemi alla masticazione ed alla funzionalità dei singoli denti. In questo caso, più che prevenire, sarebbe opportuno rivolgersi all’esperienza di un secondo dentista che fornirà un parere professionale migliore e più conforme alla veridicità.

Per i pazienti affetti da tabagismo potrebbe essere chiesto loro di limitare l’uso delle sigarette, per lo meno per evitare l’infiammazione delle gengive, anche se non può essere dimostrata la stretta correlazione fra il fumo e l’origine della perimplantite. Si tratta di un semplice accorgimento che ha ripercussioni positive anche sulla salute del paziente, che potrà godere degli effetti a livello respiratorio ed in termini di guarigione.

Cosa succede quando si perde un impianto dentale?

Ai primi sintomi di perimplantite è consigliabile rivolgersi immediatamente dal proprio dentista che, mediante panoramica, verificherà la presenza dell’infezione. La tempestività previene la perdita degli impianti, scongiurata con l’utilizzo di antibiotici e di disinfettanti.

Se invece l’impianto è andato parzialmente perduto, attualmente esistono tecniche di intervento che possono richiedere o meno la completa rimozione dell’impianto. In altri termini, il medico avrà l’onere di accertarsi della stabilità delle viti oltre che di verificare lo stadio in cui si trova l’infezione. Si potrebbe procedere, ad esempio, mediante innesti ossei seguiti dalla somministrazione di antibiotici, ma non è detto che tale soluzione riduca a zero l’infezione in corso.

Per debellare la perimplantite esistono tecniche innovative dall’elevata efficacia, come quelle a base di laser che annientano l’infezione. Questa terapia può essere indicata laddove l’impianto non è del tutto ceduto, poiché potrebbero aversi situazioni in cui il paziente si presenti dal medico con le viti in mano.

In casi estremi l’impianto dentale dovrà essere rimosso poiché ogni soluzione potrebbe risultare vana. Alla rimozione delle viti è possibile che si presenti l’eventualità di sostituire gli impianti, ma l’operazione potrebbe essere molto più complessa rispetto a quella eseguita per la prima volta. Le complicazioni sono dovute, infatti, alla riduzione di osso conseguente alla perimplantite, il che determinerebbe difficoltà nel trovare il giusto appiglio per fissare gli impianti.

Per questo motivo bisognerà agire con la terapia più adeguata, con le strumentazioni che consentono di rimuovere gli impianti senza danneggiare l’osso, al fine di utilizzare il tessuto a disposizione per ulteriori impianti eseguiti secondo necessità. Le tecnologie oggi sono variegate, e basterebbe conoscerle tutte per poter agire in maniera idonea su ciascun paziente.

Come intervenire in caso di impianto dentale spezzato?

Non è detto che l’impianto sia danneggiato a seguito di un’infezione. Può capitare anche che le viti si spezzino nel corso degli anni, ad esempio a seguito del sovraccarico sulla protesi. Sicuramente la vite spezzata è dovuta, in gran parte dei casi, all’inadeguatezza dell’impianto secondo le esigenze del paziente, oppure all’errato posizionamento dello stesso all’interno dell’osso.

La frattura della vite è una situazione irreversibile, che non permette di recuperare l’impianto sottostante. In altri termini si tratta di una situazione in cui il dentista provvederà alla rimozione dei residui implantologici, alla pulizia dei tessuti ed alla sostituzione con prodotti perfettamente utilizzabili. Per svitare la vite in titanio, il chirurgo dovrà adoperare una tecnica particolare, atta a facilitare l’operazione: ciò che dovrà essere scongiurato è il danneggiamento dell’osso che ospita l’impianto.

Accertata l’assenza di infiammazioni, la sostituzione è semplice e non richiede operazioni complesse. Il paziente potrà tornare ad utilizzare la protesi in tempi molto brevi.

Quanto dura in generale un impianto dentale?

La durata di un impianto dentale è determinata sia dalla qualità dei materiali, sia dal successo dell’intervento, e a questi due fattori si unisce la manutenzione e l’accortezza adoperata dal paziente. Tutti questi accorgimenti consentono una durata degli impianti che può superare i dieci anni, ma tale periodo può variare anche in base al tipo di protesi utilizzata.

Ad esempio, gli impianti a corona singoli possono durare in media cinque anni, e la causa principale della loro sostituzione è relegata all’usura delle componenti protesiche. Ulteriori fattori potrebbero essere l’allentamento della vite o la sua frattura, ma si tratta di ipotesi molto sporadiche.

La protesi totale fissa può avere una durata di oltre quindici anni. Entro questo termine le cause che ne obbligano la sostituzione potrebbero riguardare la frattura della protesi ed eventualmente la perimplantite. Ulteriore circostanza riguarda l’obsolescenza delle componenti, a cui è difficile sottrarsi, anche se si presta la dovuta attenzione per quanto riguarda l’igiene orale.

La protesi mobile ha una durata di circa dieci anni, ma il punto debole di tale soluzione è l’allentamento della vite a seguito della manovra di rimozione e collocamento della dentiera. Un’altra causa è relegata alla frattura della vite, ma si tratta di situazioni estreme, difficilmente prospettabili.

Sicuramente una corretta igiene orale, a cui si associa una particolare attenzione alla masticazione dei cibi duri potrà garantire l’utilizzo degli impianti per molti anni, previe sedute dentistiche di controllo.

In sintesi: perimplantite e perdita degli impianti dentali.

Gli impianti dentali sono la soluzione per rimediare alla mancanza di uno o più denti: grazie agli studi clinici ed alla tecnologia avanzata, attualmente è possibile avere risultati reali all’interno della bocca. Per impianti dentali si intende una serie di dispositivi che permettono di applicare la protesi garantendo maggiore aderenza e l’uso perfetto della dentatura artificiale. Per far ciò è necessario inserire delle viti all’interno del tessuto osseo presente sia sulla mascella che nella mandibola.

L’inserimento delle viti avviene mediante intervento chirurgico, in anestesia locale, e richiede almeno tre – sei mesi di attesa prima di applicare la protesi definitiva. In tale periodo è necessario che vite in titanio ed osso si integrino l’un l’altro, con un processo biologico che si chiama osteointegrazione. Quando i due elementi sono calcificati assieme, sarà possibile inserire o i singoli denti, o intere protesi.

La riuscita dell’intervento chirurgico previene infezioni nel corso del tempo, ma le stesse potrebbero presentarsi a causa di una proliferazione batterica di diversa origine. Gli impianti potrebbero essere oggetto di perimplantite, ossia un’infezione che, a lungo andare, erode l’osso attorno all’impianto. Se curata in tempo non ci sono conseguenze negative. Se curata in ritardo è possibile che il paziente perda gli impianti.

Per prevenire questa infezione è necessaria un’accurata igiene orale e, prima ancora, che il chirurgo applichi gli impianti seguendo specifici protocolli. Ogni paziente è a sè stante e potrebbe aver bisogno dell’integrazione di tessuto osseo sintetico. Le cause della perimplantite possono essere diverse, ma è difficile sapere se si possa manifestare nel corso degli anni. In effetti i problemi connessi all’utilizzo di una protesi sono molteplici, come ad esempio la frattura della vite o l’usura dei denti artificiali.

Per prevenire effetti indesiderati è necessario: eseguire correttamente la pulizia degli impianti, sottoporsi a regolari visite di controllo, scegliere un dentista di fiducia e chiedere un consulto non appena si noti un arrossamento alle gengive. La prevenzione può aiutare il paziente ad evitare la perdita degli impianti.

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